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Saturday, January 1, 2011

Marchionne personaggio dell'anno: Sergio Romano e "l'italiano scomodo"


Nel discorso che Sergio Marchionne ha pronunciato a Pernambuco per l'inaugurazione del nuovo stabilimento della Fiat in Brasile, la parola Italia non esiste. L'amministratore delegato di Fiat-Chrysler ha ricordato l'antica presenza dell'azienda torinese nel Paese, ma non ha neppure accennato al tema - l'emigrazione italiana - che apparteneva in passato al bagaglio oratorio di qualsiasi imprenditore italiano nel continente latino-americano. Qualche critico di Marchionne sosterrà che l'omissione non è casuale, ricorderà le sue tre appartenenze nazionali (italiana, canadese, svizzera) e ne concluderà che l'amministratore delegato dell'azienda torinese è un corpo estraneo, un mercenario del capitalismo al soldo degli americani e un "cosmopolita", parola che nel linguaggio della sinistra è sempre stata sinonimo di sradicamento sociale, egoismo di classe, indifferenza ai valori della solidarietà. Qualcuno infine dirà che è un "anti-italiano". Non conosco i sentimenti di Marchionne. Non so quale dei suoi passaporti abbia per lui maggiore importanza e se il ricordo dell' Abruzzo perduto (è nato a Chieti) sia più vivo e struggente dei suoi ricordi canadesi. Mi limito a osservare che una definizione più precisa potrebbe essere quella di "contro-italiano" o "italiano controcorrente", nel senso che la parola ha avuto nella bella rubrica giornalistica di Indro Montanelli. Non è il solo. Appartiene a un gruppo di italiani che, ciascuno nel proprio settore e con le proprie caratteristiche, hanno avuto il merito di non lasciarsi imprigionare in quel complicato intreccio di compromessi, patti di reciproca convenienza, luoghi comuni, "correttezza" politica e sindacale che formano il retaggio di un'Italia bizantina, arcadica, conformista e contro-riformista. Per restare nell'ambito del secondo dopoguerra penso, per fare soltanto qualche esempio, a Ugo La Malfa, Guido Carli, Cesare Merzagora, Mario Monti e, nel campo dell' informazione, a Montanelli, Leo Longanesi, Mario Pannunzio. Possono commettere errori e proporre soluzioni sbagliate o poco realistiche, ma sono coraggiosi, irriguardosi, spregiudicati e riescono a rimettere in discussione problemi di cui si parla soprattutto per non decidere e non cambiare. Ne abbiamo avuto la dimostrazione in questi mesi, quando la politica aziendale di Marchionne ha forzato la mano di Confindustria, diviso il quadro politico e sindacale, spiazzato lo stesso governo e infine riaperto il dibattito sulla rappresentanza dei lavoratori nelle aziende. Abbiamo una legislazione sul lavoro che scoraggia gli investimenti stranieri e che, come Pietro Ichino ha ricordato, non può neppure essere tradotta in inglese, tanto è complicata e involuta. Abbiamo norme costituzionali invecchiate o, peggio, non applicate. Abbiamo minoranze sindacali che sviliscono i diritti delle maggioranze. Se il quadro si è finalmente mosso e qualche sindacato si prepara a rivedere l'intera materia con nuove proposte, il merito è in buona parte di Marchionne. Come ho scritto dopo il suo discorso di Rimini, so che le sue posizioni sono dettate dall'esigenza di non deludere gli azionisti americani di Chrysler e il governo degli Stati Uniti. Ma credo che gli vada riconosciuto il merito di avere scritto la nuova agenda sindacale italiana. E questo lo rende più italiano, ai miei occhi, di quelli che avrebbero preferito lasciarla com'era.
(Fonte: www.corriere.it - 31/12/2010)